Dare del “tu” o del “lei” allo psicologo: una questione di relazione e cultura
Quando ci rivolgiamo ad un* psicolog*, uno dei primi dilemmi può riguardare il modo di rivolgerci a questa figura professionale: è più opportuno usare il “tu” o il “lei”?
Sebbene possa sembrare un dettaglio marginale, questa scelta può influenzare il rapporto terapeutico, la percezione del professionista e (in alcuni casi) persino l’efficacia del percorso di cura.
Il significato culturale e sociale del “tu” e del “lei”
In Italia, il “lei” viene spesso usato come una forma di rispetto e distanza professionale, mentre il “tu” implica familiarità e vicinanza.
Tuttavia, negli ultimi anni, soprattutto tra le generazioni più giovani, si osserva un crescente uso del “tu” anche in contesti formali, compreso quello terapeutico.
Dare del “lei” allo psicologo può aiutare a mantenere una distanza professionale utile per sentirsi guidati da un esperto. Al contrario, il “tu” potrebbe favorire un clima di maggiore confidenza e apertura emotiva, utile in percorsi che richiedono una forte connessione interpersonale.
La prospettiva dello psicologo
La maggior parte degli psicologi è preparata a gestire entrambe le situazioni.
Alcuni preferiscono mantenere il “lei” per distinguere il rapporto terapeutico da una relazione amicale, preservando i confini professionali. Altri, invece, incoraggiano l’uso del “tu” per creare un ambiente informale e accogliente, che spesso facilita l’espressione dei sentimenti.
È comune che gli psicologi, specialmente quelli con un approccio umanistico o relazionale, invitino il paziente a scegliere il modo di rivolgersi a loro, lasciando che sia lui stesso a stabilire ciò che lo fa sentire più a suo agio.
Il “tu” e il “lei” nella relazione terapeutica
La decisione di usare il “tu” o il “lei” può anche riflettere il tipo di dinamica che si instaura tra paziente e terapeuta:
- Con il “lei”, il paziente potrebbe sentirsi più supportato nel mantenere la propria autonomia e nel rispettare i ruoli all’interno del percorso terapeutico.
- Con il “tu”, potrebbe nascere un senso di maggiore empatia e vicinanza, fondamentale per alcuni approcci terapeutici.
La scelta tra “tu” e “lei” è personale e può variare a seconda della cultura, dell’approccio terapeutico e delle preferenze individuali.
La cosa più importante è che il linguaggio usato, qualunque esso sia, favorisca la creazione di un ambiente sicuro e di fiducia, dove il paziente possa sentirsi libero di affrontare il proprio percorso di crescita.



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